In the backseat of a car
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Mi vengono in mente due modi diversi di concepire la fuga. Nella mia mente c’è l’immagine di mio padre da ragazzo che scappa dalla guerra, seppellisce un corpo abbandonato a marcire, sale su un treno verso una destinazione ignota in cerca di sicurezza, e poi da adulto scappa dalla fame. Oppure mia madre, da bambina, che durante la guerra viene trasferita in una zona sicura della città e si allontana di nascosto passando tra fili spinati e numerosi posti di blocco con soldati sulla strada, persa ma alla ricerca dei suoi genitori. O suo fratello, studente prima e poi soldato, insanguinato e ferito, che barcolla fino a una chiesa, attraversa i corpi dei morti ammucchiati all’interno e sale su un pianoforte per morire. Queste sono le fughe di cui i miei genitori non hanno mai parlato, eppure hanno segnato profondamente la mia vita. Ci sono decine di storie strazianti di fuga, ma da loro ho avuto solo il silenzio… un silenzio che rispecchiava il racconto che ci veniva fatto a scuola: quella guerra era trattata in una sola lezione di 45 minuti — una pagina sola nel libro di storia — come se non fosse mai esistita davvero. Da bambina, invece, la mia idea di fuga era più simile a quella di Harry Houdini, il mago del vaudeville newyorkese degli anni ’90 dell’Ottocento. Il suo numero consisteva nel liberarsi da lucchetti di ferro e catene appese al collo, manette ai polsi dietro la schiena, le braccia legate in una camicia di forza. Nella mia immaginazione — in un secolo che ha visto incarcerazioni di massa e distruzione di intere popolazioni — quell’uomo piccolo e nudo riusciva miracolosamente a uscire da bauli chiusi a chiave, gabbie sommerse e bare sepolte. In ogni numero sfidava le leggi della gravità e della fisica per sfuggire alla morte.
La storia, in realtà, nella mia famiglia inizia solo da qui — dal momento in cui l’aereo di mia madre atterra a New York nel 1968, con lei appena ventiquattrenne. Vede le luci scintillanti, sente l’energia creativa della città, rimane stupita dall’abbondanza e dalla varietà di cibo nei supermercati. Con una studentessa di moda come compagna di stanza, indossa gli abiti più belli e moderni — minigonne, completi in camoscio, vestiti con fantasia paisley, perline colorate, cinture borchiate, pantaloni a zampa, capelli stirati. È l’immagine perfetta di glamour ed eleganza in questa città così alla moda. Ora capisco come, nei decenni successivi, lei e mio padre abbiano lavorato duramente per fuggire ogni giorno da una storia che sembrava imprigionarli — ricordi che volevano dimenticare completamente. Forse il primo vero atto di fuga consapevole e indipendente di mia madre è stato proprio atterrare a New York e vestirsi per diventare una donna senza storia né memoria.
Da bambina la osservavo attentamente, mettersi un vestito e toglierlo, mettersi un vestito e toglierlo, senza rendermi conto di cosa stessi imparando: che si può lasciare un corpo ed entrare in un altro, fuggire da una vita per crearne una nuova, lasciare indietro un momento per abbracciare quello successivo. Trasformare come un mago l’umore, un sentimento, la forma del corpo, il viso e la sua espressione riflessa nello specchio. I vestiti erano la sua pratica quotidiana di preghiera e fuga. Eppure, da bambina, adolescente, giovane donna e poi madre, spesso mi sentivo confusa o imbarazzata da lei. Lei, questa madre appariscente e decorata, esagerata e vistosa. Nei momenti difficili, quando tutto andava male, sembrava darmi i consigli più inutili e poco pratici. Quando ero piena di rabbia o sommersa dalle lacrime, quando ero sopraffatta da ansia e paura, quando volevo scappare dai problemi veri della vita, lei offriva parole di vanità. “Perché non ti vesti?” “Perché non metti più colore?” “Ti serve il rossetto, non vedo il tuo viso.” “Metti più crema, fai brillare la pelle.” “Fatti più appariscente, più vistosa”. “Fatti notare di più”. Sentirsi dire queste cose dalla proprio madre nei momenti più duri? Pensavo: “Che donna superficiale e vanitosa. Non sembrava una persona matura”.
E invece eccomi qui oggi, all’età che lei aveva allora, a riflettere su come nel tempo ho cercato di fuggire da tutte quelle aspettative non dette e dai ruoli obbligati che mi sono stati imposti per tutta la vita. Ho cercato di sfuggire agli ideali di bellezza, al corpo, a quell’ansia che sentivo da ragazza: il petto piatto, il naso imperfetto, i capelli ribelli. Peggio ancora, ero terrorizzata dalla femminilità che mia madre rappresentava. Nei miei vent’anni mi sono dedicata seriamente allo studio, al lavoro, alle lauree, temendo di finire povera come i miei genitori da adulta. Poi è arrivata la maternità: dare alla luce la cosa più bella al mondo, ma subito dopo il bisogno di fuggire, la pressione crescente di fare tutto bene, gli sforzi estenuanti per creare una casa serena, trovare il tempo per una doccia,
figuriamoci per un lavoro. Sembrava non esserci altra immagine di femminilità al di fuori di quella maternità perfetta e castissima. Poi ci siamo trasferiti fuori dalla città costosa e dal suo mondo alla moda, per trovare noi stessi, per apparire meno ed essere di più. Ci siamo adattati a una vita più semplice, fatta di compromessi, in una routine borghese di costrizioni.
Solo ora ho aperto gli occhi e vedo che i miei figli sono cresciuti, così come i miei genitori, ormai soggiogati dalla demenza. Sono ancora loro figlia. Sono nuora, moglie e madre, colei che si prende cura e costruisce un nido protettivo. Ma la questione del tempo che scorre rimane, e anche l’ansia crescente per la velocità con cui lo fa. Arrivata a questa età, non posso più nascondere ciò che tutti sappiamo, a cosa si riduce tutto e come finisce. Penso a quel libro di Nathalie Leger sulle fotografie della Contessa di Castiglione, ossessionata dal catturare la propria immagine giovanile nel tempo, giocosa, curiosa, artistica, erotica. Da ogni angolazione, costume e ruolo di genere. Ma a metà libro scopro che a cinquant’anni si era ritirata completamente dalla società, vivendo da reclusa in un appartamento in Place Vendôme. Era decorato di nero funebre, le persiane sempre chiuse, tutti gli specchi rimossi. Usciva solo di notte, velata. La sua storia è la testimonianza della violenza psicologica della bellezza e dell’invecchiamento, e la perdita di status che ne deriva. La Contessa non aveva mai accettato ciò che il tempo le aveva fatto, e così era morta giovane, a 62 anni. Penso agli influencer che cercano di convincermi che le rughe sul collo, la pelle flaccida sulla pancia, le macchie sul viso siano un vero problema. Penso alla Contessa, alla sua instabilità mentale e alla perdita del senso critico, al crudele ageismo della società che l’ha esclusa. Penso a mio padre senza memoria, agli occhi malati di mia madre e al suo eyeliner storto. Non posso fuggire dal tempo, ma vorrei liberarmi dalla negazione dell’invecchiamento nella nostra cultura, quello sguardo duro che trasforma l’invecchiamento in qualcosa di estraneo.
Non so come, mi sono ritrovata sul sedile posteriore di un’auto, con i finestrini aperti e la brezza calda dell’oceano che entra. Siamo quattro donne che cantano a squarciagola canzoni di un’altra epoca, anche nel traffico fermo. Indossiamo cose che la società dice che donne della nostra età non dovrebbero indossare. Vestiti che mostrano le spalle nude o scollature molto profonde. Tessuti di raso, colori audaci, sostenuti da fili sottili. Le nostre cosce sbucano da spaccature alte. “Donna,” “ragazza,” “figlia,” “moglie,” “madre”, in questo momento abbiamo completamente rifiutato tutte queste etichette sociali. Siamo solo la nostra versione personale di nessuna di queste cose. Sfideremmo chiunque ci definisse “donne mature che esagerano.” Accogliamo accuse di volgarità, devianza e indecenza. Siamo “svestite,” non per nessun altro, né per uno sguardo esterno o per altro motivo, ma solo per noi stesse, per ricordare un’epoca in cui indossavamo quegli abiti che scoprono, prima di diventare donne adulte consapevoli, prima che le responsabilità di cura come madri ci assorbissero. Quando il tempo era più spensierato. I vestiti sono affascinanti così, come un portale magico che ci riporta a certi ricordi per riviverli e interpretarli, ma per superarli in modo diverso. Nel presente viviamo il nostro passato, ma lo elaboriamo diversamente. Mentre canto a pieni polmoni, vedo me stessa a 16 anni, ma questa volta senza ansia per il mio corpo, il mio cattivo umore o il mio carattere scontroso. E senza la fuga continua con il mio ragazzo verso chissà dove. Ora però non c’è il caos dei miei genitori, il silenzio della loro guerra, i loro problemi di soldi o di coppia. Qui ci sono io. Mi metto un po’ di rossetto e penso a mia madre. Sono senza storia come figlia, moglie, madre. La mia storia comincia ora, sul sedile posteriore di quest’auto, proprio come quella di mia madre è iniziata atterrando a New York. Sono felice di far parte di questa squadra di donne. La fuga è una forma di follia, o la sanità mentale di arrendersi per sopravvivere a un mondo così pazzo.
Mia madre è come Dolly Parton. Non ha mai permesso a nessuno di limitare il suo senso della moda. Non ha mai ascoltato chi le diceva di non comprare quel vestito, anche se era sconsiderato. Non ha mai pensato che il suo rossetto fosse troppo, né i suoi vestiti appariscenti. Lo stesso vale per il colletto di pelliccia sul suo cappotto in camoscio e per i brillantini e le paillettes che decorano la maggior parte delle sue cose. Lei è la mia versione personale di Harry Houdini, dotata della capacità di passare attraverso la morte e la resurrezione, il miracolo dell’esistenza quotidiana, attraverso i vestiti. I vestiti sono la sua performance di libertà, la sua fuga e il suo rifiuto delle costrizioni. Solo ora capisco come sia rimasta fedele continuamente a ciò che desiderava, all’ideale, all’impossibile. Attraverso i vestiti, inventando ciò che poteva essere.
Christina H. Moon
Parsons School of Design, The New School, New York