Il sogno in sociologia: tra capitalismo emotivo e distopie mediali

Se è vero che l’uomo non conosce limite ai propri desideri, allora è anche vero che sognare è qualcosa di profondamente umano. E pure ad occhi aperti, quasi come se la realtà presa così com’è non ci sembrasse niente di che, e umanamente necessitassimo di aggiungerle un tocco in più, quello magico del desiderio. È su questo terreno fecondo e fertile che germoglia il seme che anima culture, società e intere epoche. Perché sognare non è soltanto uno spiraglio intimo, ma anche un rituale collettivo, attraverso cui gli uomini di tutti i tempi si prendono per mano aspirando a un mondo migliore possibile. Ad affermarlo è la stessa sociologia, che definisce il sogno come esperienza psicologica personale e come complessa costruzione sociale, influenzata e modellata dal contesto storico-politico ed economico di riferimento. Le nostre aspirazioni, i nostri progetti e desideri sarebbero allora lo specchio della società in cui siamo immersi, di cui riflettiamo, in questo modo, tensioni, speranze e cambiamenti. Ogni periodo storico plasma così desideri e quindi sogni su misura, eco delle aspirazioni e dei desideri comuni, creati sotto il segno delle convinzioni dominanti e delle narrazioni collettive che ne definiscono la natura. Oggi i sogni vengono sfruttati dalle società capitalistiche che li manipolano per rafforzare determinati modelli di vita e di consumo, utilizzandoli come strumenti pubblicitari e ideologici. Ma tutto ciò non passa inosservato, le rappresentazioni distopiche nei media e nella letteratura svelano infatti le angosce collettive di fronte a un futuro sempre più incerto e potenzialmente dominato da dinamiche di controllo e disuguaglianza. Approfondire sociologicamente il sogno significa dunque analizzare come le aspirazioni individuali non siano solamente libere e spontanee, ma piuttosto il risultato di un continuo dialogo con le narrazioni sociali e con le strutture di potere. Per comprendere ciò è utile riferirsi alla teoria di Pierre Bourdieu secondo cui ogni individuo si muove all’interno di uno specifico habitus, ovvero un insieme di disposizioni e schemi di percezione acquisiti attraverso la socializzazione. Questo habitus orienta le aspettative e i desideri degli individui facendoli sembrare naturali e spontanei, quando in realtà riflettono il sistema di valori e le gerarchie sociali all’interno delle quali si formano. In questo senso, i sogni non sono altro che proiezioni dell’ordine sociale che trovano espressione nelle scelte di vita, nei progetti futuri e nelle ambizioni personali. Gli individui desiderano ciò che il contesto rende plausibile e accessibile e si conformano alle opportunità e ai limiti stabiliti dalle condizioni materiali ed economiche in cui vivono.

Anche il concetto di immaginario sociale sviluppato dal filosofo Cornelius Castoriadis può essere utile a chiarire questa dinamica: il termine “immaginario sociale”, infatti, si riferisce all’insieme delle rappresentazioni e dei significati condivisi che danno forma al mondo sociale e orientano le azioni e le aspirazioni dei membri di una comunità. I sogni, in questa prospettiva, sono espressioni di una visione che rispecchia i valori e le norme della società di appartenenza ed essa è continuamente ridefinita dalle forze politiche, economiche e culturali, influenzando profondamente ciò che le persone desiderano per sé stesse e per il proprio futuro. Nelle so Nelle società capitalistiche avanzate il sogno è utilizzato dalle istituzioni economiche e nelle strategie di marketing per veicolare modelli di desiderio che rinforzano il consenso sociale e la conformità a specifici stili di vita. Un esempio è quello dell’“american dream”, con il modello del self-made man, che celebra il successo individuale e la realizzazione personale ottenuta attraverso l’accumulo di beni materiali e il raggiungimento di un certo status economico. Questo tipo di narrazione non solo impone aspettative spesso irraggiungibili ma promuove l’idea che il valore personale sia strettamente legato alla ricchezza e al consumo, creando una gerarchia tra coloro che riescono a raggiungere questi traguardi e coloro che ne rimangono esclusi. La sociologa Eva Illouz, con la sua teoria del capitalismo emotivo, ha descritto come il sistema economico contemporaneo non si limiti a vendere beni e servizi ma cerchi di appropriarsi della dimensione emotiva, costruendo aspirazioni legate a una felicità concepita come frutto del consumo. In questo contesto le narrazioni pubblicitarie non si accontentano di promuovere prodotti, ma costruiscono veri e propri stili di vita e modelli di relazione proponendo immagini di successo, amore e autorealizzazione che dipendono dall’acquisto di esperienze e oggetti. I sogni offerti dal mercato diventano dispositivi di controllo e omologazione che stabiliscono cosa è desiderabile e cosa resta escluso dall’immaginario collettivo. Illouz osserva che questa colonizzazione della sfera emotiva genera una condizione di insoddisfazione perpetua: i desideri non vengono mai esauditi per davvero. Il ciclo si rinnova continuamente spingendo gli individui a perseguire nuove ambizioni e nuovi obiettivi, mantenendoli così in una costante ricerca di conferme del proprio valore e impedendo una riflessione critica sul significato stesso di successo e realizzazione. La felicità promessa dal consumo non è mai realmente raggiungibile, l’individuo rimane intrappolato in un circolo vizioso che lo allontana dalla possibilità di sviluppare aspirazioni autentiche e autonome. Se da un lato le narrazioni pubblicitarie mirano a creare adesione e consenso, i sogni distopici dall’altro riflettono invece l’angoscia legata alla perdita di autonomia e ad un futuro dominato da forze che sfuggono al controllo degli individui. 

Le distopie classiche, come “1984” di George Orwell o “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley, mostrano società in cui le aspirazioni sono negate o manipolate dal potere per neutralizzare ogni forma di dissenso. In “1984” il controllo viene perpetuato attraverso la repressione e la sorveglianza costante, annullando la capacità di ipotizzare mondi alternativi. Ne “Il mondo nuovo” il sogno è invece integrato nel sistema attraverso la promessa di piaceri effimeri e di una felicità costruita artificialmente. In entrambi i casi ciò che accomuna le distopie è la soppressione della capacità di sognare al di fuori degli schemi del potere, riflettendo la paura che dilaga in una società in cui l’immaginazione stessa è regolata e messa al servizio dell’ordine costituito. Una manipolazione analoga appare anche nelle rappresentazioni più recenti, come avviene nella serie televisiva “Black Mirror”. Qui la tecnologia diventa uno strumento di controllo capace di penetrare nella psiche umana e di influenzarne direttamente le aspirazioni, alterando la realtà mentale degli individui. In questi scenari i sogni non sono semplicemente visti come irraggiungibili ma vengono colonizzati e rimodellati per servire gli interessi del sistema, rendendo l’autenticità dei desideri un’illusione e cancellando la possibilità di immaginare un’alternativa. Le dinamiche che governano la pulsione immaginativa nelle società contemporanee svelano un fenomeno paradossale: l’aspirazione, elemento costitutivo dell’immaginario umano e della costruzione identitaria, è oggi incastrata in una rete di logiche mercantili e di controllo. Riconquistare il sogno come strumento di emancipazione significa ridefinire il concetto stesso di desiderio, sganciandolo dalla logica consumistica e ricollegandolo a valori come il benessere collettivo, la solidarietà e la realizzazione personale. Questo richiede uno sforzo culturale e sociale per costruire nuovi orizzonti in cui la felicità non sia una merce e il successo non sia definito dal possesso. 

Sognare fuori dagli schemi, immaginare desideri che non siano subordinati a logiche di profitto diventa allora un atto politico di resistenza, un modo per riscoprire la potenza dell’immaginazione come forza trasformativa. L’unica possibilità di emancipazione risiede nella riappropriazione del sogno come spazio critico e creativo, un terreno in cui riscoprire la capacità di ambire a mondi alternativi e costruire nuove forme di realizzazione che vadano oltre il consumo. Solo così esso può tornare a essere uno strumento potente di cambiamento e una guida per costruire un futuro più giusto e libero.



Francesco D’Ambrosio 

Sociologo

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