Quando il piacere diventa rifugio: il sesso come fuga
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Il sesso è, per molte persone, uno dei piaceri più immediati, intensi e accessibili. È una porta verso il corpo, il contatto, il gioco, l’abbandono. Ma può anche diventare qualcos’altro: una via di fuga. Una scorciatoia per non sentire o per non pensare. In psicologia si parla di “coping”, cioè di strategie, più o meno consapevoli, che mettiamo in atto per regolare emozioni “difficili”. E tra tutte le strategie, il sesso può essere una delle più potenti. Perché funziona. Perché dà un sollievo istantaneo, anche se spesso temporaneo. E perché nella cultura contemporanea è ormai così pervasivo e normalizzato che è facile non accorgersi quando smette di essere una scelta e diventa un automatismo.
Ma da cosa stiamo scappando, quando cerchiamo il sesso come rifugio? A volte è l’ansia che ci mette in allarme e che ci porta a cercare uno sfogo fisico. L’eccitazione sessuale, infatti, abbassa temporaneamente l’attività dell’amigdala, la parte del cervello che segnala il pericolo. Altre volte fuggiamo dalla solitudine, da un senso di vuoto relazionale che proviamo a colmare con un match su un’app, con un incontro veloce, con una chat esplicita. Altre volte ancora ci rifugiamo nel sesso per contrastare la noia, l’apatia, la sensazione di essere “spenti”. Oppure lo facciamo per rassicurarci: “Se qualcuno mi desidera, allora valgo qualcosa”. In questo senso, il sesso diventa uno specchio in cui cercare un riflesso momentaneamente più brillante di sé. Ma questo specchio, come tutti gli specchi, restituisce un’immagine parziale e talvolta distorta.
In realtà, il sesso usato in questo modo non è poi così diverso da altre forme di regolazione emotiva: il cibo consumato senza fame, le ore passate a guardare serie TV senza entusiasmo, la birra che accompagna ogni sera. A cambiare è il mezzo, ma non la logica: ci serve per non sentire. Ed è proprio qui che cominciano i problemi. Perché il piacere può diventare un anestetico. Il corpo si attiva, il cervello rilascia dopamina ed endorfine, il cortisolo si abbassa. Funziona. Ma come tutti gli anestetici, rischia l’assuefazione. E allora aumentano la frequenza, l’intensità, la dipendenza da stimoli sempre più forti o più veloci. Si entra in una dinamica in cui il desiderio perde centralità e viene sostituito dal bisogno. Un bisogno che non parte dal corpo, ma dalla mente: “devo farlo”, “non riesco a farne a meno”, “mi serve per non pensare”.
Ci sono segnali che possono farci capire quando stiamo iniziando a perdere l’equilibrio. Per esempio quando cerchiamo il sesso in modo meccanico, senza reale desiderio. Quando, subito dopo, ci sentiamo svuotati o colpevoli. Quando il sesso diventa l’unico modo che abbiamo per scaricare la tensione o calmarci. O quando, pur di inseguire quel momento di sollievo, iniziamo a sacrificare altre parti della nostra vita: il sonno, il lavoro, la qualità delle relazioni.
È importante distinguere tra la ricerca sana di piacere e l’uso del sesso come evitamento. A fare la differenza non è l’atto in sé, ma l’intento. Fare l’amore può essere una scelta libera e consapevole, un modo per connettersi, per esprimersi, per godere. Oppure può essere una risposta automatica a un disagio non nominato. Pensiamo a due scenari: in uno, due partner decidono di regalarsi una serata intima, creando lo spazio e l’atmosfera per giocare insieme. Nell’altro, una persona cerca un incontro sessuale subito dopo una giornata frustrante e pesante, non tanto per desiderio, quanto per spegnere la tensione accumulata. Stesso gesto, motivazioni opposte. E sono proprio le motivazioni a fare la differenza nel modo in cui quell’esperienza verrà vissuta e ricordata.
Quando usiamo il sesso come fuga, questo può anche riflettersi sulle nostre relazioni. C’è chi cerca conferma continua attraverso il desiderio dell’altro: “se mi vuoi, allora valgo”. In questi casi, il partner viene ridotto a una fonte di rassicurazione, più che a una persona da incontrare davvero. Oppure si utilizza il sesso per evitare i conflitti: si fa l’amore per spegnere il litigio, senza affrontare ciò che ha generato la tensione. A volte, l’altro viene vissuto come una sorta di ansiolitico umano, un contenitore per i nostri vuoti emotivi. E in questo modo, anche l’intimità si svuota, diventando una dinamica ripetitiva che ci lascia più soli di prima.
Va detto chiaramente: usare il sesso per sentirsi meglio non è un crimine né una patologia. È umano. Ma quando diventa l’unico strumento disponibile per far fronte al disagio, allora vale la pena fermarsi e chiedersi se stiamo davvero scegliendo o semplicemente reagendo. In letteratura clinica si parla di comportamento sessuale compulsivo, un quadro che, in alcuni casi, può diventare problematico e interferire con la vita quotidiana. Ma nella maggior parte dei casi non si tratta di una vera e propria “dipendenza”, bensì di una modalità disfunzionale di stare nelle emozioni. Una modalità che può essere trasformata, con il giusto spazio e la giusta consapevolezza.
Cosa possiamo fare, allora, per evitare che il sesso diventi un rifugio inconsapevole? Intanto possiamo iniziare a osservare noi stessi. A chiederci, con sincerità, che cosa ci muove. È il desiderio, o è la noia? È la voglia di contatto, o il bisogno di silenziare un vuoto? Possiamo cominciare a nominare le emozioni prima di agire, a fare un check-in con il corpo: come mi sento davvero? Possiamo provare a rallentare. A restare. A non riempire subito il tempo o lo spazio con l’ennesima chat, l’ennesimo video, l’ennesimo appuntamento. Possiamo anche condividere questi pensieri con un/a partner, se c’è, per trasformare la sessualità in un linguaggio di comunicazione, non in un cerotto emotivo.
E se tutto questo non basta, potrebbe essere indicato concederci l’aiuto di un professionista, possibilmente uno psicoterapeuta formato in sessuologia. Non per colpevolizzarci, ma per esplorare alternative. Per trovare altri modi per regolare l’ansia, la rabbia, la frustrazione. Per ricostruire un rapporto con il corpo che sia libero, non funzionale. Perché il sesso può essere anche questo: un territorio da reinventare. Non la fuga da noi, ma il ritorno a casa.
Alla fine, la questione non è quanto sesso si fa. Non esiste un numero giusto, non esistono regole universali. La vera domanda è: “perché” lo facciamo? Lo cerchiamo per incontrare l’altro o per allontanarci da noi stessi? È una scelta o un riflesso automatico? Se riusciamo a stare in queste domande, senza giudizio, allora siamo già sulla strada giusta. Perché il sesso può essere molto più di un rifugio. Può diventare un luogo di presenza, di consapevolezza, di verità. Un modo per restare, finalmente, invece che scappare.
Dr. Daniel Giunti
Psicologo, Psicoterapista e Sessuologo
Fondatore di Miosessuologo