In fuga dalla ginecologa: falsi miti e cattiva informazione sulle visite ginecologiche

In Italia, come in molte altre parti del mondo, l’argomento “visita ginecologica” suscita ancora oggi ansia, timore, e una certa dose di resistenza, soprattutto tra le giovani donne, ma non solo. Il fenomeno della “fuga dalla ginecologa” non è un’esagerazione mediatica: i dati parlano chiaro. Molte donne, anche in età adulta, rimandano o evitano del tutto il controllo ginecologico, mettendo a rischio la propria salute riproduttiva e generale. Dietro questa scelta si celano paure personali, esperienze negative, ma anche un fitto intreccio di disinformazione e miti duri a morire.

La ginecologia è ancora oggi, per molte donne, un argomento scomodo. Se parlare di mestruazioni, mestruazioni irregolari o dolori pelvici può generare imbarazzo anche tra amiche o familiari, l’idea di affrontare una visita ginecologica, soprattutto la prima, può diventare una fonte di ansia. Questo accade in parte per motivi culturali e sociali. In molte famiglie, il corpo femminile e la sessualità sono ancora visti attraverso una lente di pudore, controllo e moralismo. La visita ginecologica viene percepita come qualcosa di intimo, quasi invasivo, che espone la donna, fisicamente ed emotivamente, a uno sguardo medico percepito come giudicante o imbarazzante. A tutto ciò si aggiungono racconti di esperienze negative, vissute o sentite, che alimentano un clima di sfiducia.

Secondo l’ultima indagine dell’Istituto Superiore di Sanità, circa il 30% delle donne italiane tra i 18 e i 40 anni non ha mai effettuato una visita ginecologica. Tra le adolescenti, la percentuale è ancora più alta, con picchi del 50% nella fascia tra i 16 e i 19 anni. Eppure, la maggior parte di queste giovani donne presenta sintomi riconducibili a problematiche ginecologiche (dolori mestruali invalidanti, irregolarità del ciclo, infezioni ricorrenti) che restano spesso non diagnosticati.

L’assenza di educazione sessuale e sanitaria nei programmi scolastici gioca un ruolo cruciale. In un contesto dove si parla poco e male di corpo, sessualità e prevenzione, è facile che le visite mediche specialistiche vengano associate solo a eventi traumatici o gravi, e non a una normale routine di cura.

 

Quali sono i falsi miti più diffusi?

“Se non ho rapporti sessuali, non serve andare dalla ginecologa.”

Falso. La visita ginecologica non è legata esclusivamente alla sessualità. Anche una ragazza che non ha mai avuto rapporti può, e dovrebbe, consultare un* ginecolog* per monitorare lo sviluppo ormonale, gestire disturbi del ciclo o semplicemente ricevere informazioni adeguate sulla salute riproduttiva.

 

“La visita ginecologica fa male.”

Questa è una delle paure più diffuse, e nasce spesso da racconti traumatici o da esperienze in cui non è stata rispettata l’empatia e la comunicazione. Una visita ben condotta, con un* professionista competente e rispettoso, non dovrebbe causare dolore. Un leggero fastidio può essere normale, ma non il dolore. Se accade, è importante segnalarlo e, se necessario, cambiare specialista.


“La ginecologa giudica.”

L’idea che la ginecologa possa giudicare lo stile di vita, le scelte sessuali o il corpo della paziente è una barriera forte, soprattutto tra le adolescenti. In realtà, la visita ginecologica non è uno spazio di giudizio, ma di cura. Purtroppo, questo mito è stato alimentato anche da comportamenti poco professionali da parte di alcuni sanitari. Ecco perché è essenziale promuovere una cultura della scelta consapevole: ogni donna ha il diritto di trovare un* professionista con cui si senta a proprio agio.


“Se prendo la pillola, non ho bisogno di controlli.”

Anche questa è una convinzione pericolosa. L’uso di contraccettivi ormonali deve essere monitorato nel tempo per verificarne gli effetti, adattare il dosaggio se necessario e prevenire eventuali complicazioni.


In un’epoca in cui molte giovani si affidano a TikTok, Instagram o YouTube per informarsi sulla salute, il ginecologo viene spesso sostituito da influencer, blogger o “esperte” autodidatte. Da una parte, la democratizzazione dell’informazione ha avuto un valore positivo: ha sdoganato molti temi, ha creato comunità di supporto e ha dato voce a esperienze spesso taciute.

Dall’altra, però, ha generato un mare di contenuti non verificati, dove circolano consigli pericolosi, diagnosi fai-da-te e terapie alternative senza basi scientifiche. Non è raro che ragazze decidano di curare un’infezione vaginale con lavande casalinghe o integratori suggeriti sui social, anziché rivolgersi a un* professionista.


La prima visita ginecologica è un momento chiave. Può segnare l’inizio di un rapporto di fiducia con la medicina oppure consolidare la sfiducia e l’evitamento. Per questo motivo dovrebbe essere sempre preceduta da un colloquio informativo e avvenire in un clima di rispetto, ascolto e delicatezza.

Idealmente, l’ingresso nella ginecologia dovrebbe avvenire tra i 14 e i 16 anni, anche in assenza di sintomi. Questo non significa che sia obbligatoria a quell’età, ma è consigliabile avere un primo contatto per informarsi e imparare a conoscere il proprio corpo in modo consapevole.

La ginecologia non è solo cura, ma soprattutto prevenzione. Pap test, ecografie transvaginali, test HPV, visite senologiche: sono tutti strumenti che, se utilizzati con regolarità, permettono di intercettare patologie in fase precoce, quando sono più facili da trattare.

Ignorare sintomi, posticipare controlli, affidarsi a cure “naturali” senza una base scientifica significa esporsi a rischi evitabili. Tumori ginecologici, endometriosi, cisti ovariche, sindrome dell’ovaio policistico sono tutte condizioni che, se diagnosticate precocemente, possono essere trattate in modo efficace.

La scuola dovrebbe essere il primo luogo in cui si educa alla salute sessuale e riproduttiva. Purtroppo, in Italia, l’educazione sessuale non è obbligatoria e spesso è lasciata all’iniziativa di singoli docenti o progetti esterni. Questo crea disparità enormi tra regioni, scuole e classi sociali.

Introdurre programmi strutturati, con il supporto di esperti e professionisti sanitari, sarebbe un passo fondamentale per rompere i tabù, sfatare i miti e formare cittadini consapevoli.

Anche le istituzioni sanitarie possono fare la loro parte, promuovendo servizi di ginecologia accessibili e accoglienti, anche per le fasce più giovani, e campagne di comunicazione mirate.

Parlare di vagina, ciclo mestruale, secrezioni o piacere non dovrebbe essere un tabù. Il corpo femminile merita di essere conosciuto, rispettato e curato, senza vergogna né sensi di colpa. La ginecologia, in questo senso, non è un nemico da temere ma un alleato fondamentale.

Per costruire questo nuovo sguardo, serve un lavoro culturale profondo. Serve che le donne si riapproprino del diritto alla salute come atto di autodeterminazione. Serve che gli operatori sanitari continuino a formarsi in empatia e comunicazione. E serve che la società, nel suo insieme, smetta di trattare la salute femminile come un argomento marginale.

La fuga dalla ginecologa è un segnale chiaro di una cultura che non ha ancora fatto pace con il corpo femminile. Dietro questa fuga ci sono paure reali, spesso alimentate da esperienze negative e da una profonda disinformazione. Ma c’è anche una grande opportunità: quella di cambiare le cose.

Con una corretta informazione, una medicina più umana e una cultura meno giudicante, possiamo ribaltare questa narrazione. Perché la salute non è un lusso, né una colpa: è un diritto. E ogni donna ha il diritto di viverla con serenità, consapevolezza e dignità. 



Dr. Monica Calcagni
Ginecologa e Divulgatrice Scientifica

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