Tra il desiderio di partire e il coraggio di restare

Quando le ragazze di Marlè mi hanno proposto di riflettere sul tema della fuga, ho sorriso. Non solo perché è un tema che conosco bene, ma perché ho capito subito che non avrei potuto farlo da sola, scrivendo in silenzio davanti a un foglio bianco. La fuga non è solo ciò che ci allontana da qualcosa. È spesso una reazione a situazioni che ci mettono a disagio, che tolgono le nostre corazze di sicurezza, che ci espongono. Può sembrare un modo per evitare… ma può anche essere un atto di ricerca, di sopravvivenza, di crescita. La vera domanda non è “Stai fuggendo?” ma “Cosa ti muove davvero?”. Non fuggire da questa domanda - e da quello che smuove - è già una sfida. Mi è venuto naturale, allora, immaginare una chiacchierata: di quelle lente, intime, in cui le parole escono senza fretta, sorprendendoti. Quelle conversazioni che nascono solo quando ti senti davvero al sicuro e sai che non puoi essere giudicata o ferita. Perché è lì, in quello spazio gentile, che possono emergere verità inaspettate. Con Alisia, che si occupa della linea editoriale di Marlè, questa riflessione è diventata un confronto autentico: un dialogo che parte da una domanda, ma si apre a molte possibilità. Così è nata questa intervista-dialogo: non una testimonianza definitiva, ma uno scambio vivo, imperfetto, a cuore aperto.


Quando fuggire sembra l’unica via

Serena: Quello della fuga è un tema che conosco bene. Per anni è stata la mia risposta automatica: un modo per respirare quando tutto sembrava troppo. Cambiare città, lasciare un lavoro, tagliare relazioni, prenotare viaggi uno dopo l’altro - spesso prima ancora che quello precedente fosse finito. Era un impulso che sembrava darmi sollievo, libertà, possibilità. E in effetti, sul breve funzionava. Ma ogni volta che tornavo - o semplicemente smettevo di correre - l’inquietudine era ancora lì. Con il tempo ho capito che ci sono tanti tipi di fuga. C’è la fuga che salva - quella che ci allontana da qualcosa che non ci fa star bene o ci sta troppo stretto. C’è quella che ci confonde - quando non sappiamo se stiamo cercando altro o scappando da qualcosa. E poi c’è quella più sottile, quasi impercettibile, che si manifesta nei Alisia: Per me la fuga ha due volti, e spesso convivono senza che me ne renda conto. Da un lato, è sollievo. Quando la testa è piena, le giornate si fanno troppo fitte, o sento che mi sto perdendo di vista… prendo un Frecciarossa e torno giù, al sud. Ed eccomi lì con il mare, i silenzi pieni della mia infanzia. È come tornare a casa, ma anche a me stessa. Non è una fuga da qualcosa di specifico, è un ritorno a ciò che mi fa respirare. Una forma di autoregolazione, forse. piccoli gesti: il silenzio improvviso, il cambiare discorso, il dire “tutto bene” quando non lo è. E tu, Alisia? Cosa ti viene in mente quando senti la parola “fuga”?

Alisia: Per me la fuga ha due volti, e spesso convivono senza che me ne renda conto. Da un lato, è sollievo. Quando la testa è piena, le giornate si fanno troppo fitte, o sento che mi sto perdendo di vista… prendo un Frecciarossa e torno giù, al sud. Ed eccomi lì con il mare, i silenzi pieni della mia infanzia. È come tornare a casa, ma anche a me stessa. Non è una fuga da qualcosa di specifico, è un ritorno a ciò che mi fa respirare. Una forma di autoregolazione, forse. 

Ma poi c’è l’altro volto. Quello più difficile da riconoscere. Perché a volte fuggo anche da ciò che mi fa stare bene. Quando una situazione inizia a farmi sentire davvero giusta, accolta, amata… qualcosa dentro di me si irrigidisce. È come se scattasse un campanello d’allarme: "E se questo benessere fosse solo momentaneo? E se ci credo troppo e poi crolla tutto?" 

La felicità, quando la sento vicina, diventa quasi sospetta. Fragile. Come se potesse sbriciolarsi da un momento all’altro. E allora mi viene voglia di allontanarmi prima, di sgonfiare le aspettative, di sabotare quel momento prima che sia lui a deludermi. 

FACCIO FATICA A STARE NELLE COSE BELLE SENZA VOLERLE SMONTARE PEZZO PER PEZZO…PER VEDERE SE REGGONO DAVVERO.


Fuga o ritorno? 

Serena: Ti capisco. Anch’io, crescendo, ho imparato spesso a scappare per non affrontare: situazioni, emozioni, conversazioni scomode. Per molto tempo ho creduto che l’unico modo per proteggermi fosse il movimento. Ma a un certo punto ho iniziato a chiedermi: “Mi muovo perché sono indipendente, perché voglio di più, per staccare? O perché sto fuggendo da qualcosa?” E lì ho capito che non tutto ciò che sembra una fuga lo è davvero. A volte ho solo bisogno di silenzio, di distanza, di un luogo mio in cui riascoltarmi. Non è “scappare da”, ma “tornare a”. Tornare a me stessa. Al corpo. A una parte viva e gentile che nel frastuono perdo di vista. Quando non siamo in un ambiente che ci fa stare bene, la “fuga” può essere l’unico modo per ricordarci che c’è molto altro lì fuori e che non dobbiamo accontentarci di nulla che non ci faccia bene al cuore. Col tempo, ho imparato che anche fermarsi può essere un movimento. Che certe partenze non sono una sconfitta, ma un modo per riconnettersi. E che, a volte, per ritrovare casa, bisogna prima perdersi un po’. 

Alisia: Esatto, per me tornare a casa non è mai stata una fuga in senso stretto. Quando torno al sud, non sto fuggendo da Milano: sto cercando un luogo che mi faccia sentire intera. È un bisogno di radici, di semplicità. Ma poi ci sono le altre fughe, quelle meno poetiche. Quelle che riconosci solo dopo. Una delle più forti è stata da una relazione che non riuscivo a lasciare. Mi dicevo che restare era un atto di cura, ma in realtà stavo solo evitando di provocare dolore all’altro… ho finito per ferire me stessa. Trattenere qualcosa che è già finito può essere una fuga quanto mollare tutto. E poi ci sono le fughe al contrario: quando inizio a sentire qualcosa, qualcosa di bello… invece di viverlo, mi ritraggo, mi chiudo, sparisco. È come se la parte razionale di me volesse mettermi in salvo prima ancora che ci sia un pericolo reale. È un automatismo: appena si accende qualcosa, parte un allarme interno che mi dice "Attenta. Non fidarti troppo. Potresti soffrire." Ed è lì che VORREI IMPARARE A RESTARE


L’amore, l’intimità e la paura di essere visti 

Serena: Quel riflesso lo conosco. Prima che incontrassi il mio compagno attuale, stavo sempre un passo indietro nelle relazioni. Rimanevo nel mio, senza aprirmi davvero. Appena percepivo che l’altro desiderava qualcosa da me - un gesto, una dichiarazione, una vicinanza più profonda - scattava un allarme. Mi irrigidivo, prendevo le distanze e, spesso, tagliavo tutto sul nascere. “E se poi non riesco a darti quello che ti aspetti?” “E se non mi scegli, una volta che mi vedi davvero?” Era una forma di autosabotaggio mascherata da autonomia: l’illusione che, se non mi esponevo, non avrei potuto essere rifiutata. Meglio chiudere prima, che sentirmi scoperta, vulnerabile, non all’altezza. 

Col senno di poi, so che certe difese mi hanno protetta, ma anche allontanata da possibilità vere. Non era sempre una fuga da qualcosa di buono, spesso semplicemente non mi sentivo al sicuro. Non percepivo, dall’altra parte, lo spazio di fiducia e accoglienza che oggi invece sento con il mio compagno. Non è che abbia sabotato chissà quali grandi amori: forse ho solo ascoltato il mio corpo, che restava in allerta. E oggi so che se non riuscivo ad aprirmi, era anche perché non mi sentivo davvero vista. E quando non ti senti vista, chiuderti diventa un riflesso, non un errore. 

Alisia: A me succede con l’idea dell’amore “giusto”. Ho in testa il modello dei miei genitori, ancora innamorati dopo 25 anni. Lettere a ogni anniversario, fiori la domenica, piccoli gesti quotidiani. Cerco quell’amore ovunque, quella continuità affettuosa, quella dedizione. Eppure, più lo cerco fuori, più mi rendo conto che nel frattempo ho costruito una vita che funziona anche senza. Mi sono abituata a fare tutto da sola. A non aspettare nessuno. E così, quando una relazione arriva, la domanda non è “mi piace?” ma “che impatto avrà su tutto questo faticoso equilibrio che mi sono costruita?” Cosa potrebbe davvero aggiungere qualcuno alla mia vita? E se mi distraesse? Se mi portasse fuori rotta? A volte la presenza dell’altro mi mette più a nudo della solitudine. E se davvero lui avesse qualcosa da aggiungere alla mia vita? Il problema si moltiplicherebbe. Non posso più illudermi. Tutte le barriere che ho creato cadono. Vengo smascherata di tutte le mie paure, e questo mi fa più paura di restare da sola. 

Serena: Per anni ho creduto in quella frase: “Prima devi imparare ad amare te stessa, poi potrai amare ed essere amata.” L’ho ripetuta a me stessa come un mantra. E in parte è vera: costruire un rapporto sano con sé stessi è importante, anzi necessario. Ma col tempo ho iniziato a sentire che, così com’è, questa frase può anche diventare una trappola. Perché se lo prendi alla lettera, ti ritrovi in un loop: “Non mi amo abbastanza, quindi non posso amare. E se non posso amare, non posso sentirmi amata. E quindi, come faccio ad amarmi?” Una rincorsa continua, in cui l’amore per sé sembra sempre lontano, sempre insufficiente. Ti senti sbagliata due volte: per non amarti abbastanza, e per non riuscire a risolverlo da sola. Ecco, io ci sono stata in quel loop. E a un certo punto ho capito che non possiamo fare tutto da sole. Nel mio podcast, qualche tempo fa, ho intervistato uno psicoanalista che ha detto una frase che mi ha colpita come uno schiaffo gentile: “Possiamo sentirci amabili solo se qualcuno ci fa sentire amati.” All’inizio mi ha quasi infastidita. Io, che avevo fatto di tutto per essere “autosufficiente”, per bastarmi, per credere che l’amore dovesse nascere da dentro, sentivo che quella frase minava tutte le mie convinzioni. Poi ho capito: non è che valiamo meno se abbiamo bisogno dell’altro. Non è che senza un partner siamo incomplete. Ma siamo esseri relazionali. E certe cose - la sensazione di essere viste, accolte, amate - non ce le possiamo dare da sole. A volte bastano piccoli gesti: un’amica che ti ascolta davvero, qualcuno che ti guarda con dolcezza, una voce che ti dice “Ti vedo, e vai bene così.” Sono queste esperienze, reali e quotidiane, che ci aiutano a riconoscere la nostra amabilità. E ci insegnano, un po’ alla volta, anche ad amarci. Amarsi non è un traguardo da raggiungere da sole, in silenzio, prima di meritare una relazione. È un processo che può avvenire anche dentro la relazione, nella reciprocità, nello scambio. Non ci serve qualcuno che ci completi ma qualcuno con cui possiamo sentirci intere anche mentre ci stiamo ancora cercando. E forse è questo, alla fine, il vero self-love: non l’ideale irraggiungibile dell’essere sempre a posto, ma la possibilità di volerci bene anche nel mezzo del dubbio, anche mentre ci lasciamo aiutare. 


Il bisogno di controllo e la vita che accade 

Alisia: Ed è lì che torno sempre al controllo. È come un porto sicuro. Io vivo di Excel, agenda, liste, tutto pianificato. Ogni cosa deve avere un posto, un orario, un senso. Perché se riesco a organizzare tutto, allora, forse, posso anche proteggermi da ciò che non so gestire. Anche nelle relazioni, mi rendo conto di quanto la performance sia diventata una corazza. Mostrarmi capace, indipendente, mai bisognosa. Come se, facendo abbastanza, nessuno potesse cogliere le mie fragilità. E forse è proprio per questo che l’idea di condividere davvero la vita con qualcuno mi mette in crisi: perché significa lasciare entrare anche l’imprevisto. Significa non avere più tutto sotto controllo. La performance è il mio rifugio: essere efficiente, essere capace, non crollare mai. Ma poi, succede che le cose più importanti, quelle che mi hanno davvero cambiata, non le avevo pianificate. Sono arrivate per caso. Un lavoro che è nato da una chiacchiera in un bar, un’amica che ho conosciuto sotto la pioggia, in una giornata in cui niente era andato come previsto. E lì mi sono resa conto che forse proprio quello che non posso controllare è ciò che, alla fine, mi rende più felice. Ma ammetterlo è difficile. È come una lezione che torna ciclicamente nella mia vita, e ogni volta devo impararla di nuovo da capo. Lasciare andare il controllo per me non è naturale. È un esercizio costante, quasi scomodo. Eppure, ogni volta che qualcosa mi sorprende - che la vita accade senza che io la programmi, mi sento più viva e mi ricordo che non tutto si può contenere in una tabella. 


Il cambiamento come curiosità 

Serena: Anche io ho una parte che fugge sotto forma di performance. Come se, facendo abbastanza, impegnandomi abbastanza, riempiendo ogni vuoto… nessuno potesse vedere quando ho paura. È un modo per tenermi al sicuro, almeno in apparenza. Perché se sono sempre “in funzione”, se non mollo mai, allora nessuno può dirmi che non valgo, che non sono all’altezza. Ma poi il corpo comincia a parlarmi. Dormo male, mi sveglio già tesa, il respiro si fa corto, la fame sparisce o ritorna all’improvviso. È come se lui lo sapesse sempre prima di me. Come se dicesse: “Fermati. C’è qualcosa che stai evitando.” E lì mi accorgo che sto di nuovo cercando di “funzionare” per non sentire. Ma ogni volta che rallento davvero, qualcosa si apre. Una fessura. Un vuoto da cui può entrare aria nuova. E forse, se la fuga nasce dalla paura, il cambiamento nasce dalla curiosità. Non servono rivoluzioni: basta un gesto, una mail, un’uscita in più. Quell’1% che smuove le acque, che rompe la ripetizione. Senza sapere cosa succederà. Il movimento non deve essere clamoroso. Può essere quotidiano. Quasi invisibile. Ma è lì, proprio lì, che si apre una possibilità. Un piccolo spostamento che sembra niente e invece può diventare tutto. Perché è da quel microcambiamento, quella crepa nel copione, che la vita comincia a prendere una nuova direzione, non perché l’abbiamo pianificata, ma perché finalmente abbiamo lasciato spazio per l’accadere.

Alisia: Sì. Non serve sempre “prendere e partire”. A volte basta spostare un piccolo tassello. Magari poi finisci davvero a Parigi. O magari no. Ma non è più fuga: è movimento. E IN QUEL MOVIMENTO, A VOLTE, C’È TUTTA LA VITA. È quel microspostamento che rompe l’inerzia: che crea una frattura nel copione, aprendo nuove possibilità. 

Serena: E forse è proprio lì che impariamo a distinguere tra il fuggire e l’andare. Tra l’allontanarsi per evitare, e il muoversi per scegliere. Il movimento, quando nasce dalla consapevolezza - anche solo un piccolo gesto, una scelta diversa, una parola che prima non avremmo detto - può diventare il primo passo verso qualcosa di più vero. Non si tratta di trovare tutte le risposte. Ma di avere il coraggio di stare nella domanda. Di restare, anche solo un momento in più, nel punto in cui qualcosa cambia. E se la fuga ci ha salvate, a volte, ci ha anche insegnato a riconoscere quando è il momento di restare, e quando, invece, è il momento giusto per muoversi. Forse è questo, alla fine, il cuore del cambiamento: smettere di agire per scappare da qualcosa, e iniziare a scegliere verso cosa vogliamo andare. 


Conclusione - Un piccolo sì 

A volte ci spaventa cambiare. Altre volte, ci spaventa restare. 

Ma forse, tra la fuga e l’immobilità, c’è uno spazio di mezzo. Uno spazio più morbido, in cui non reagiamo subito, non ci giudichiamo, non corriamo per forza via. Lo spazio del movimento gentile. Quello che nasce non dal panico, ma dalla curiosità.


Serena Malaspina

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