Figli della fuga, genitori del sentire

Abbiamo imparato presto che non si piange, che i maschi non piangono e che le femmine che piangono troppo sono delle lagne, e poi nessuno se le sposa. Abbiamo imparato presto che bisogna essere forti, che i maschi sono forti perché devono affrontare il mondo con i pugni serrati, che le femmine lo sono perché resistono in situazioni di legami disperanti e fatiche relazionali, con il sorriso sul viso. Abbiamo imparato che la paura si supera facendola tacere. I maschi devono avere il coraggio di affrontare ogni paura e le femmine devono andare avanti tacendole. No. La questione in campo non tratta il tema dell’educazione differenziata per stereotipi di genere. È una cosa che trascende persino i generi e ha a che fare con qualcosa che arriva da prima di noi, e che ci accomuna tutti: è una questione che ha a che fare con l’educazione che ha accomunato tutti i figli delle nostre generazioni e che forse, in un mondo in cui di colpe alla nostra generazione non vengono risparmiate, ci restituisce qualche merito. Prima di provare a comprendere il senso di una considerazione di questo tipo, la quale desterà non poco sgomento tra accademici e giornalisti che ne hanno da dire parecchie sulla deriva della nostra società attuale, conviene considerare il punto di partenza: la fuga dal sentire. Più che una considerazione astratta o rarefatta, è una questione pedagogica e educativa. Siamo propriamente figli di un’educazione che ci ha impartito la fuga dal sentire, dal dolore, dalla paura, da tutto ciò che è troppo intenso, potenzialmente ed emotivamente impattante. Siamo stati cresciuti nel tentativo di apprendere rapidamente come risparmiarci lacrime inutili, come imparare ad essere forti e come non avere paura. Siamo stati cresciuti con strumenti molto efficaci per capire, ma senza una casa emotiva dove abitare. Viviamo in un mondo che offre spiegazioni a tutto, ma iniziando a renderci conto che le domande più attanaglianti riguardano qualcosa che sta dentro e che raccontano dell’assenza di strumenti per fronteggiare interrogativi ingombranti. E così, nello spazio del mio mestiere, sempre più spesso incontro persone che non sanno che farsene di queste domande. E arrivano a me e ai miei colleghi, dopo infiniti tentativi fallimentari, per tacere i dubbi che non sanno gestire. “Dottoressa non so se amo il mio compagno” “Dottoressa non so se mi piace l’università che sto facendo” “Dottoressa non capisco se sono felice” “Dottoressa non so se voglio fare il mio lavoro fino al pensionamento. La nostra educazione psico-affettiva è stata pressoché strutturata intorno alla necessità di non soccombere in un mondo tanto pieno quanto potenzialmente svuotante, e così ci è stata fornita l’unica strategia a propria volta appresa per non annientarsi in un sentire potenzialmente letale: fuggire. Solo che noi, per primi, iniziamo a renderci conto che anche se fuggire è stato un modo per salvarci, restare è l’unico modo per guarire. E qui la fatica: ora non si tratta di mettere in pratica qualcosa che ci è stato insegnato, ma di inventare qualcosa che va costruito dalla base. Attenzione: non è una questione di colpe educative ma, come per chi prima di noi, di educazione. E quindi forse è opportuno ridistribuire le responsabilità. La mia generazione, quella dei “millennials”, è figlia di genitori che al contenuto emotivo e al sostare nel sentire ha sempre prediletto la praticità, il fare, l’arrabattarsi e il procedere avanti tutta. Siamo stati la prima generazione figlia di genitori che molto spesso lavoravano entrambi, e che nelle discussioni serali quando entrambi rientravano dal lavoro, il tempo per parlare riguardava più che altro i brutti voti a scuola, l’esito dei colloqui o al massimo la macchia di sugo sul grembiule. Siamo stati educati con poca cognizione affettiva, ma non per colpa dei nostri genitori, ma perché i nostri genitori sono a loro volta figli di genitori che hanno fatto come hanno potuto coerentemente con le possibilità psicologiche ed educative dei loro tempi. E non è una colpa, è la storia della vita che si riprende, che echeggia un po’ con la frase detta dai signori annoiati al bar o da qualche nonna “Ai miei tempi non funzionava così!”. Ed è verissimo, ai loro tempi non funzionava davvero così, poiché tempi diversi generano figli diversi perché offrono possibilità diverse, seppur i piedi poggino sulla stessa sfera terrestre. Se siamo figli di genitori che hanno facilitato il fare e limitato il sentire, che ci hanno educato a rialzarci e ad andare avanti senza ascoltare il dolore, è perché a loro volta hanno imparato così. Erano figli di genitori che, avendo vissuto il dolore reale della guerra e gli effetti della povertà, non avevano certo il tempo né gli strumenti per porsi domande emotivamente strutturate sul significato dell’essere genitori. In quel contesto, l’analfabetismo emotivo non era solo inevitabile, ma anche una strategia necessaria e funzionale E così è stato fatto: si è messo in pratica quello che si era imparato. E così arriviamo a noi, figli del mondo attuale, vicini alla vita adulta ma in difficoltà circa la definizione dell’essere adulti, in un mondo che ci offre la possibilità di vedere e sentire tutto, di riconnetterci con molte più possibilità emotive di quelle che sono state usate prima di noi. Ci ritroviamo inermi, schiavi di un evitamento emotivo causato da storie lontane da noi, ma che viviamo come fossero nostre. Siamo figli e nipoti di chi ha imparato a fuggire dalla paura e dal dolore per non soccombere. Una strategia comprensibile, necessaria allora. Ma oggi ci lascia il compito, e forse l’opportunità, di riprenderci la possibilità di restare. Un restare che però non coincide con quello che, sempre più spesso, vedo praticare da alcuni miei coetanei già genitori, e che osservo anche nello spazio del mio lavoro. Vedo madri e padri impegnati nel tentativo di costruire una genitorialità emotivamente competente, raffinata, attenta non solo al fare ma anche all’essere. Eppure, in questo sforzo, accade talvolta che si perda di vista qualcosa di essenziale: il sentire. Quel sentire che abita ognuno di noi fin dalla nascita, che non ha bisogno di essere anticipato, controllato, né eccessivamente tutelato. Vedo genitori così concentrati sul mondo emotivo dei figli da dimenticare il proprio, e con esso il naturale fluire del sentire – che ha bisogno di spazio per esprimersi, per trasformarsi, per esistere. Questa tendenza – a tratti allarmante – non fa che confermare, con ancora maggiore urgenza, la necessità di lavorare su un restare diverso. Restare significa aprirsi ad una dimensione sfaccettata e complessa che offre più interrogativi che risposte, ma interrogativi giusti da porsi se lo scopo della vita più che sopravvivere senza avere problemi, è vivere concedendosi il lusso di affrontare anche i problemi peggiori, sentirne il bruciore sul corpo, sull’anima e sui pensieri. Restare non significa superare tutto, rispondere a ogni dubbio; restare significa darsi la possibilità di provare a vedere com’è e come va, pur non avendo garanzie d’esito, ma sicuramente una probabilità maggiore rispetto al non provarci nemmeno. Restare significa far vincere la curiosità di vedere quanto la nostra struttura possa reggere, piuttosto che scappare temendo di non farcela nemmeno. Non è facile restare, ma so che è l’unico modo per conoscersi. Perché è proprio restando che tracciamo i parametri dei nostri confini, che comprendiamo quello che fa per noi e quello che non ci riguarda. Restare è l’unico modo per trovare risposte che sempre più frequentemente vengono portate a chi, come me, fa questo mestiere. E così possiamo considerare che se abbiamo imparato a fuggire per proteggerci, ora possiamo imparare a restare per conoscerci. Siamo la prima generazione che può provare a farlo, perché nel momento stesso in cui certe domande trovano lo spazio per farsi largo, significa che c’è la possibilità di trovare anche le risposte. Siamo la prima generazione che può restare. E questo, forse, è già una forma di speranza.  


Rachele Orsatti

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