La tenerezza salverà davvero il mondo, questo è quello che mi ha insegnato la mostra di Ambrosia Fortuna e Sabato De Sarno

La tenerezza salverà davvero il mondo, questo è quello che mi ha insegnato la mostra di Ambrosia Fortuna e Sabato De Sarno

di Nicole Bellini

 

La tenerezza salverà il mondo. Lo penso ogni volta che vedo i miei nonni compiere i loro gesti lenti e faticosi, nella loro cura quotidiana. E lo penso ogni volta che riparto per Milano, quando mi volto indietro per guardarli mentre mi fanno “ciao” con la mano e mi augurano il meglio.

È una forma di presenza e di relazione.

 

Della stessa tenerezza mi sono sentita piena questa mattina, dopo essere stata alla mostra fotografica Eravamo notte, ora siamo giorno di Ambrosia Fortuna, curata da Sabato De Sarno al PAC. Un racconto sulla tenerezza degli incontri.

 

Una volta entrata al PAC, ciò che mi separa dalla mostra è un’immensa coltre di tende nere. Fatico a trovare il punto esatto in cui si aprono. Mi sforzo e mi guadagno di entrare. Infilo la mano e apro la tenda.

Davanti a me, sul muro a caratteri cubitali, il nome della mostra. Da lontano, una voce femminile canta Il cielo in una stanza di Gino Paoli. La canticchia sottovoce, dolcemente, come se si stesse preparando a un appuntamento nell’intimità della sua stanza.

Davanti a me c’è un tavolo che assomiglia a un altare, coperto da un telo bianco di merletti e ruches. E forse lo è davvero. Perché prepararsi a essere se stessi è un rito che richiede cura, tempo e una forma di fede. Sopra, gli oggetti della vestizione: il copricapo, il velo da sposa, l’intimo, la giarrettiera, i fiori. Accanto, l’abito da sposa indossato per la prima volta da Dan, amica-sorella di Ambrosia. Sulla parete dietro, le immagini che immortalano quel momento: Dan che indossa l’abito esplorando il proprio corpo, mentre la madre la osserva con un sorriso da lontano.

 

 

 

Photo by Lorenzo Palmieri
Courtesy by PCM Studio, Comune di Milano-Cultura, Orgoglio Porta Venezia Milano

 

La prima sala prende il nome di Belle di notte. Sono fotografie dei primi anni di Ambrosia a Milano. In quegli anni la notte è il luogo sicuro in cui lei e quelle che chiama sorelle possono essere libere. È con la notte, infatti, che cala il buio sul chi siamo alla luce del giorno e, come in un dono voluttuoso, ci viene concesso il tempo e lo spazio di essere ed esserci nel modo che più ci piace.

Le immagini sono disposte su pannelli alti e rossi accostati tra loro. Io mi ci ritrovo in mezzo e mi sento come in un vortice, quasi schiacciata dalla intensità delle identità raffigurate.

Sono immagini che raccontano il rituale della vestizione prima di andare in scena, nei camerini, nei bagni dei locali, nei momenti più intimi di quel processo. E sono testimonianza di un bisogno di performare, di costruire un'identità per dimostrare qualcosa a qualcuno o a se stessi.

 


Photo by Lorenzo Palmieri
Courtesy by PCM Studio, Comune di Milano-Cultura, Orgoglio Porta Venezia Milano

 

 

Nella seconda stanza, La casa delle bambole, l’atmosfera cambia. Non c’è più oscurità, ma luce, quella dei raggi sereni del giorno. Le fotografie sono scattate in case, appartamenti, spazi familiari e intimi. Le sorelle di Ambrosia posano senza vestiti e senza trucco, perché non c’è più bisogno di costruirsi per essere viste. Basta essere, così come si è, alla luce del giorno. Non è più necessario performare, dimostrare. Posano davanti ad Ambrosia in modo naturale, durante le loro conversazioni. Solo e soltanto il suo sguardo è capace di ritrarle così, nude nella loro esistenza.

 

 

Photo by Lorenzo Palmieri
Courtesy by PCM Studio, Comune di Milano-Cultura, Orgoglio Porta Venezia Milano

 

Nella terza stanza, Momenti ritrovati, sono raccolti in video frammenti di vita personale registrati in anni diversi. Ogni video custodisce un momento intimo. Rimango colpita in particolare e mi emoziono con il video dell’incontro tra Ambrosia e Vanda, la signora della lavanderia sotto casa di Ambrosia quando stava a Milano e che considerava come una nonna. Non si vedevano da cinque anni. L’incontro è del 2024. Ambrosia non è più la stessa, è cambiata, è donna. Ma Vanda la riconosce. All’inizio non sa se darle del lei o del lui. Poi la guarda e le dice che è bellissima, una bellissima ragazza.

In quel momento ho pensato che sta tutto lì. In un incontro fortuito che diventa intreccio di vite, in cui non sai quasi nulla dell’altro, se non ciò che vi siete raccontati in brevi momenti, che però bastano per conoscersi e riconoscersi, senza troppa fatica.

 

 

Photo by Lorenzo Palmieri
Courtesy by PCM Studio, Comune di Milano-Cultura, Orgoglio Porta Venezia Milano

 

L’ultima stanza è dedicata a un estratto del film Coppe in silicone, in uscita a breve. La voce che si sente è quella della madre di Ambrosia, che pone una domanda epocale: riusciremo mai ad accettare la diversità? La sua voce si intreccia con quella dell'inizio che canta Il cielo in una stanza, la canzone che la nonna cantava ad Ambrosia. 

 

Esco dalla mostra, certa che quello che attraversa tutta la mostra sia una storia fatta di incontri, di abbracci, di corpi e pelle che si toccano. Ambrosia e le sorelle esistono l’una nello sguardo dell’altra, nell’intimità di vite che si riconoscono e nella tenerezza di essere se stesse insieme.

Perché è vero che quando gli incontri sono quelli giusti, il cielo riesce a stare tutto in una stanza, che non ha più pareti. Gli alberi sono infiniti. Il soffitto viola non esiste più. Vediamo il cielo sopra di noi. 

E non esiste niente, più niente al mondo. 

 

Photo by Lorenzo Palmieri
Courtesy by PCM Studio, Comune di Milano-Cultura, Orgoglio Porta Venezia Milano

 

 

 

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