LISE MEITNER - La fisica che ha scoperto la fissione nucleare per cui ha preso il Nobel il collega
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di Margherita Budroni
Vienna, 1878 - Cambridge 1968
Ci sono donne che non vengono dimenticate.
Vengono lasciate accanto. In silenzio. Come se il loro ruolo fosse secondario, anche quando è decisivo.
La Donna accanto nasce per questo: raccontare figure femminili fondamentali, spesso oscurate da uomini più studiati, più celebrati, più ricordati. Donne che contribuiscono a costruire la storia, ma che la storia restituisce in nota a piè di pagina, se va bene, o semplicemente con la tendenza troppo frequente a dimenticare.
Liz, cioè Lise Meitner, è una delle storie più emblematiche.
Nata a Vienna nel 1878, Liz è una delle prime donne a entrare davvero nel mondo della fisica europea. Un ambiente che, all’epoca, non solo è maschile: è strutturalmente chiuso, elitario, convinto che la scienza sia un affare da uomini.
Eppure lei arriva. E resta.
Per anni lavora accanto a Otto Hahn, chimico tedesco e suo principale collaboratore. Insieme studiano il nucleo atomico, cercano di capire cosa accade quando la materia viene portata al limite, quando l’atomo smette di essere un concetto astratto e diventa qualcosa di concreto, di misurabile, di potentissimo.

Lise Meitner e Otto Hahn in laboratorio nel 1909. Per gentile concessione di Sissa Medialab. Licenza- pubblico dominio
Negli anni ’30 emerge una scoperta destinata a cambiare tutto: la fissione nucleare.
La fissione è il processo in cui un nucleo atomico si spezza in due parti più piccole, liberando un’enorme quantità di energia. È la base dell’energia nucleare, ma anche, inevitabilmente, delle armi atomiche. È uno di quei punti della storia in cui la scienza smette di essere solo conoscenza e diventa potere.
Liz è la mente che comprende davvero ciò che sta accadendo.
È lei ad avere la spiegazione teorica decisiva.
È lei a dare senso ai risultati sperimentali, a interpretare la frattura dell’atomo come qualcosa di nuovo, di epocale.
Liz, oltre che essere donna, è anche ebrea.
E nella Germania nazista questo significa una cosa sola: fuga.
È costretta a lasciare il Paese, il laboratorio, la sua posizione. Scappa per sopravvivere. E la sua assenza diventa immediatamente anche un’occasione: la scena scientifica resta nelle mani di chi è rimasto.
Eppure Liz non sparisce. Anche da lontano continua a lavorare. Scrive, calcola, invia lettere e documenti. Il suo contributo resta fondamentale, anche se non è più fisicamente “accanto”.
Otto Hahn invece resta al centro della narrazione pubblica. Viene citato, viene riconosciuto, acclamato.
Nel 1944 arriva il momento che dovrebbe consacrare la scoperta: il Premio Nobel.
Il Nobel per la fissione nucleare viene assegnato a Otto Hahn.
Solo a lui.
Liz resta fuori.
Nonostante abbia compreso per prima il significato della scoperta. Nonostante il suo ruolo sia stato decisivo. Nonostante senza di lei quella storia sarebbe incompleta.
Liz non è semplicemente ignorata: viene rimossa dal riconoscimento ufficiale.
E il paradosso finale è quasi crudele.
Liz rifiuta sempre qualsiasi coinvolgimento nella bomba atomica. Non vuole che quella scoperta venga usata per distruggere. Lo dice chiaramente:
“I will have nothing to do with a bomb.”
(Non avrò nulla a che fare con una bomba.)
Eppure, anni dopo, la stampa la etichetta come “la madre della bomba atomica”.
Non solo le hanno rubato il merito. Le hanno pure lasciato addosso la colpa.
Liz cambia la storia della scienza, ma per molto tempo resta semplicemente la donna accanto.
Quella senza cui non ci sarebbe stata luce.
E che invece viene lasciata nell’ombra.
