IL GRANDE SONNO, e l'arte di non spiegarsi

IL GRANDE SONNO, e l'arte di non spiegarsi

di Caterina Volpe

 

Ci sono film che si guardano e film che si abitano.

Il grande sonno di Howard Hawks, 1946, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È diventato celebre per una ragione quasi paradossale: la sua trama è impossibile da seguire. Si racconta che durante le riprese nessuno, nemmeno gli sceneggiatori, sapesse con certezza chi avesse ucciso l'autista degli Sternwood. Glielo chiesero a Raymond Chandler, autore del romanzo. Nemmeno lui lo sapeva.
Eppure il film funziona. Funziona proprio perché smettiamo di chiederci cosa stia succedendo e ci lasciamo conquistare da come succede. Il fumo che taglia la luce, Humphrey Bogart e Lauren Bacall che si parlano senza mai dire davvero ciò che pensano. Il vero soggetto non è il delitto: è l'atmosfera. È quella tensione elegante e sospesa in cui ogni sguardo pesa più di una frase.

È esattamente ciò che abbiamo voluto inseguire con questo editoriale. Non una ricostruzione in costume, non una citazione letterale, ma il clima di un certo immaginario: i colori abbassati fino alla penombra, la luce che scolpisce invece di descrivere, la donna che entra in scena e non spiega nulla.
Tutto, qui, è costruito tanto per nascondere quanto per mostrare. La cloche calata sugli occhi, che lascia alla luce solo la bocca e una linea di mascella. I guanti neri, in rete, di pelle, che coprono le mani, da sempre la parte più sincera del corpo, quella che tradisce le intenzioni. La pelliccia che ammorbidisce il collo e poi si chiude, come una porta. Il tweed, il pied-de-poule, i tailleur dalle spalle nette: una corazza tessile, costruita per proteggere e non per sedurre. O meglio: per sedurre proprio attraverso ciò che trattiene.

Nel cinema noir la donna non è mai del tutto leggibile, e in questo sta tutta la sua forza. Non è la femme fatale nel senso più ovvio del termine, quella pericolosa, calcolatrice, ma qualcosa di più sottile: una figura che si concede lo spazio di restare un'incognita. Che decide cosa offrire allo sguardo e cosa tenere nell'ombra. Il fascino non nasce dal mostrare di più, ma dal lasciare intuire.
Poi, in mezzo a tutti questi toni smorzati, un solo gesto di colore acceso: un guanto arancione. È la crepa nell'armatura, la nota umana, il dettaglio che rompe l'incantesimo della perfezione noir.  Nei vecchi film il colpevole si tradiva sempre per un piccolo segno fuori posto, un guanto dimenticato, uno sguardo di troppo. Quel rosso aranciato è la nostra falla, il punto in cui la maschera si incrina appena e lascia passare qualcosa di vivo.
Ed è forse questa la vera lezione che Il grande sonno ci lascia, ben oltre la moda. In un'epoca che ci chiede di mostrare tutto, di spiegarci, raccontarci, esporci senza sosta, c’è ancora una forma rara di libertà nel trattenere. Nel non dire. Nel lasciare che sia l'ombra, e non la luce piena, a definirci.
La donna noir non ci affascina perché conosciamo i suoi segreti. Ci affascina perché ne ha, e ha scelto di custodirli. 
Forse, alla fine, il lusso più grande non è essere visti.

È decidere quanto.

   

 

Photo Eva Cerasi

Art Direction & Styling Caterina Volpe 

Hair Angela Mandaglio

Make up Thomas Frazzetta

Model Agnès Ouradou

 

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