I sogni della moda generano mostri

Alexander McQueen: il sogno più nero

Alexander McQueen, Primavera Estate 2001. Il tema dell’alienazione mentale, della follia di una mente scollata dalla realtà, prende forma in un cubo nero specchiato, su cui si riflettono le immagini del Fashion System presente in aula. A tenere il tempo, il bum-bum asfissiante di un battito cardiaco accelera to – questa la colonna sonora scelta da McQueen. Dopo alcune ore di attesa, la teca si illumina per rivelare il contenuto di sé stessa: un ambiente pallido, da clinica chirurgica, con pareti imbottite come si usava nei manicomi, per assorbire le urla dei malati ed evitare che si propagassero fra le strade dei benpensanti. Foglio illustrativo alla mano, la sfilata di McQueen non è un racconto di pazzia reale: come di consueto, lo stilista britannico presenta una ben riuscita pantomima. Sulla passerella ospedaliera, le modelle procedono a passo malfermo e mente allucinata, tra uccelli impagliati e plastici di fortezze immaginarie. Voss, il titolo della collezione, fa riferimento all’omonimo villaggio norvegese noto per la sua rigogliosa vegetazione. Sulle fondamenta di un luogo reale – Voss, per l’appunto – lo stilista erige un universo parallelo fatto di abiti-piuma, abiti-conchiglia e fasciature post-operatorie disegnate a mo’ di copricapo. Sul finale dello show la teca si apre, rivelando una citazione diretta da Sanitarium di Joel-Peter Witkin (1983). Si tratta della scrittrice Michelle Olley che indossa una maschera respiratoria, circondata da falene vive. "It’s Only a Game", ras sicurerà McQueen con il titolo della successiva sfilata. Dunque, solo un gioco: ma a che prezzo? La poetica di McQueen è un immenso acquario di invenzioni, di voli pindarici e immersioni totali in una massa introversa. Lo stilista non è interessato a scendere a patti col mondo: tutt’al più sfida a pugno duro la funesta convinzione secondo cui l’arte debba essere fonte di bellezza, smussamento degli spigoli di una realtà altrimenti disarmonica. Contro gli idola tribus e l’unto perbenismo del glamour, oppone la forza del sogno: “Prendo le mie idee dai sogni: se hai la fortuna di usare qualcosa che hai visto in sogno è originalità pura. Non si trova nel mondo, ce l’hai solo in testa”. Non immagini candide, non fumetti pop, ma cold case creativi. Un’estetica dei mostri che raggiunge l’apice nella collezione postuma di McQueen, dal titolo ufficioso di Angels & Demons (Autunno Inverno 2010/2011). "Suspirium", drammatico spartito di Thom Yorke, accompagna una collezione tagliente, vivida, quasi lamellare: nel realismo magico di McQueen le tracce della storia convivono con le fantasie di un tempo senza collocazione. Quando l’11 febbraio 2010 i domestici entrano come di consueto nella casa di Green Street, a Londra, trovano il designer appeso ad una corda, morto suicida. Narcotizzato di droghe e dolore, non aveva retto al dramma della realtà. Gli show, “quei trenta minuti dove faccio quello che mi pare”, non sono bastati a una vita intera: tanto vale immergersi in un sonno eterno.


Tra il Sessantotto e gli anni Ottanta: i primi incubi della moda 

La moda è un’industria demandata a produrre sogni. E lo è da sempre: pensiamo ad Elsa Schiaparelli e al Surrealismo in moda – un contenitore stilistico cui, peraltro, va ricondotto lo stesso McQueen. Erano gli anni Trenta quando Schiaparelli riesumava la mitologia e il folklore di un allegro passato, spingendosi fino alle poco-allegre-tenebre della psiche. Sull’onda del Surrealismo di René Magritte e Salvador Dalì, Schiap – come amava definirsi nelle autobiografie – realizza vestiti folli, illusori, costellati di assurdi montaggi tra le categorie del “piacere”, del “rimosso” e del “tragico”. Nelle pagine della biografia Shocking Life sorprendono le descrizioni dei monumenti visitati: per Schiap, San Pietro e il colonnato del Bernini “si aprono come chele di un enorme granchio o i tentacoli di un’implacabile piovra”, mentre la Torre di Pisa viene ricondotta ad un’umanità disturbata, eternamente infelice perché non sa se cadere o restare in piedi. Vita e fantasia si sovrappongono in assoluta libertà, ma l’armadio così prodotto è tutt’altro che felice. Gli abiti subiscono ossimori, frizioni, metamorfosi, come nei casi dell’abito-scheletro, dell’abito aragosta, dei guanti con unghie smaltate, delle fibbie con mani tridimensionali che strizzano la vita del corpo. L’impressione suscitata è quella di un macabro sogno. Nel dopoguerra, tuttavia, il Surrealismo si spegne, e la moda torna alla realtà di un mondo in macerie. Niente più sogni, niente più inconsci, niente più sur-realtà: la “nuova” moda passa per il New Look di Dior, con i suoi abiti dalle maniche ampollose, magnifici nell’intercettare il desiderio di bellezza di un mondo assordato dai bombardamenti. Chi darà fuoco al New Look, alle icone pop della società del benessere, alle finzioni e alle plastiche, alle belle statuine e alla Grande Bellezza, saranno i designer radicali giapponesi – Rei Kawakubo di Comme des Garçons, Yohji Yamamoto e Issey Miyake – seguiti dalla schiera dei Sei di Anversa. Contro il profluvio delle merci e delle messinscene nostalgiche, tra il Sessantotto delle rivolte studentesche e gli anni Ottanta – quando saranno ammesse ufficialmente alle fashion week parigine – le avanguardie scatenano la collera di tessuti strappati e furenti. Registi della materia, carbonizzano i luoghi comuni dell’armadio. La prima parola di questo nuovo vocabolario del vestire è “oblio”, da ob, “verso, diretto a”, e “liv”, particella che designa la perdita di colore nel buio livido di una notte senza stelle. La seconda è “sick”, traducibile come “nauseante, malato”. Il colore nero, o meglio, la privazione del colore, è uno strumento che La (Nouvelle) Mode adopera per espellere il vero malato: la società con temporanea. Elevare il disgusto e la disarmonia di un corpo malato a nuova categoria di moda significa negare il mainstream, ovvero il corso d’acqua più maestoso – ma anche il più scontato. Su tale corso alternativo troviamo i giapponesi e la stilista Sonia Rykiel (1960), cui si deve la sperimentazione di una drastica apertura delle forme – è sua la citazione “Che la polpa esploda attraverso le fibre, che si strappi e scoppi come in un quadro di Francis Bacon”. Ci sono anche i Sei di Anversa e Martin Margiela, membro non ufficiale della sestina belga; Mugler, con la sua donna bionica e la tendenza a indicizzare la realtà con un plus di finzione; Miuccia Prada, con la sua estetica ugly, e Raf Simons. 

Quando negli anni Ottanta, una decade di glitter, capelli cotonati e fluorescenze, Rei Kawakubo porta in passerella luttuosi abiti da funerale, arricchiti da rigonfiamenti simili a tumori, il turbamento è generale. E continua ad esserlo anche dopo le spiegazioni che la designer dà dei suoi bozzoli neri: si tratta di “immagini astratte e non verbali” che navigano dentro di lei. Ma quando in tempi più recenti – si noti che nel mezzo c’è lo shock dello sti lista-suicida McQueen – Rei Kawakubo ha scavato nell’in conscio dell’io tirandone fuori abiti–Monsters (Autunno Inverno 2014/2015) il plauso è totale. Avanguardie proprio perché anticipano i tempi, negli anni Venti del nostro secolo il sonno della ragione che genera mostri – si recuperi la tela di Goya – è più attuale che mai.


Oggi: la merch-ifi cazione della salute mentale 

Tanto attuale che, in effetti, l’ingurgitamento che ne sta attuando il mainstream pare un incubo alla seconda. “Depresso, ma con stile”: L’ascesa del merchandising sulla salute mentale è il titolo di un editoriale pubblicato a ottobre 2023 dal New York Times. L’articolo racconta della nuova linea di felpe lanciata da Eileen Kelly logate con Lexapro, Prozac e antidepressivi di vario tipo. L’idea sarebbe quella di por tare la conversazione sulla salute mentale nel mondo della moda: Eileen Kelly ha infatti una triste esperienza nel campo e ne parla nel blog Killer and a Sweet Thing e nel podcast Going Mental. Parlare liberamente, e magari con ironia, di questi temi, è certo positivo. E tuttavia rimane il dubbio che farlo a suon di felpe, “poppizzando” e “memificando” l’ansia e i disturbi di chi, per addormentarsi, ha bisogno di una pastiglia di Xanax, non sia la migliore strada percorribile. 

Dal 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha registra to un aumento del 25 percento di persone che soffrono di an sia e depressione a livello globale, e questa è anche una delle ragioni per cui la moda contemporanea ricorre sempre di più all’archivio di McQueen. La moda è uno specchio della realtà, o almeno di una parte di essa, e quanto più i compratori vi si riflettono, tanto più acquistano – il business non è mai laterale al discorso di moda. E tuttavia, capitalizzare sulle inquietudini con graziosi zainetti con su scritto “Sono problematica” o ciondoli le cui lettere compongono le parole “Depressione” o “Ansia”, pubblicizzati con la dubbia pretesa di “aprire un dia logo sul tema”, non convince. Per chi vive d’ansia, qualsiasi romanticizzazione appare ridicola. Piuttosto, tornando all’alta moda contemporanea, sarà il caso di affidarsi a peregrinazioni nel passato, per addentrarsi nella teca nera di McQueen. Su questo, una nota finale di merito va a John Galliano. La sua haute couture Primavera Estate 2025 per Maison Margiela è stata una ventata di aria fresca in una moda sempre più appiattita al capezzale dei luoghi comuni. Una sfilata sontuosa, da sogno, ma anche tumultuosa, eccessiva, con le modelle che correvano per immolarsi sulla pira di una chimera. Uno spettacolo immersivo, un sogno (o un incubo?) straordinario. Uno show distorto, privo di qualsiasi intento commerciale, eppure accolto con tale enfasi che, ancora, si continua a parlarne come del migliore della stagione. Andando oltre il merchandising e la merch-ificazione della moda, Galliano ha inscenato il sogno angoscioso che la generazione di oggi vive anche quando non dorme, anche ad occhi aperti. E con lui, la moda si è concessa, per i soliti trenta minuti dello show, alle grinfie di un sogno malato. Questo è l’“Ecco!” di cui avevamo bisogno.


Stella Manferdini 

Giornalista

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