Bosco in autunno e fumo di Londra

R ai Tre, 15 marzo 1996. Mancano 12 giorni alle elezioni politiche italiane. È la sera dello scontro televisivo tra le due coalizioni che si sfideranno alle urne. Alla destra della conduttrice, Lucia Annunziata, c’è Silvio Berlusconi, imprenditore milanese leader del Polo della Libertà; alla sua sinistra, Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista, partito a sostegno dell’Ulivo di Romano Prodi in quello che è stato definito “patto di desistenza”. Dopo le presentazioni di rito, Berlusconi stuzzica l’avversario: “Sono in grande difficoltà per l’assoluta e straordinaria eleganza del mio competitor che ha tutte le tinte di un bosco in autunno”. Bertinotti, che indossa una giacca monopetto verde in tweed, una cravatta color abete e una camicia bianca a righine marroni, sorride. “E quindi mi batte”, continua il Cavaliere, “in questo grigio fumo di Londra, sempre uguale, anche perché non ho mai tempo di andare a scegliere altro”. Bertinotti ribatte: “È giusto, noi siamo più colorati loro grigi”. Venti secondi di ironia che racchiudono l’essenza del rapporto tra la moda e la politica italiana. Appartenere a uno schieramento non significa infatti solo condividere idee, valori e tradizioni, ma anche il modo di apparire. Come si trattasse di una squadra di calcio. E la genesi di questo rapporto è in parte attribuibile proprio all’universo calcistico che fino alla discesa in campo di Berlusconi sembrava così lontano dai Palazzi del potere. Quando nel 1994, l’imprenditore milanese annuncia la sua volontà di entrare in politica lo fa non perdendo di vista il rapporto tra gli italiani e il calcio. Berlusconi guarda deciso alla Nazionale: collante di un popolo mai unito come durante le partite dell’Italia. Nell’estate del ’94 si sarebbero infatti svolti i mondiali di calcio negli Stati Uniti. Da qui infatti il nome Forza Italia. Un messaggio di speranza al Paese ma anche un chiaro riferimento alla Coppa del Mondo imminente. Berlusconi ha poi preso in prestito dalla Nazionale uno dei simboli: l’azzurro delle maglie da gioco. Vi sarà sicuramente successo di sentire chiamare “gli azzurri” gli esponenti di Forza Italia. E proprio quell’azzurro è il “colore ufficiale” dei rappresentati del partito. Quando infatti Forza Italia prese vita i membri avevano un dress code da seguire: abito e cravatta (rigorosamente Marinella) blu. Nessuna deroga. Un modo per entrare nell’immaginario degli elettori e collocare l’azzurro nell’immaginario non più solo calcistico ma anche politico. Oltre al caso di Berlusconi, troviamo i vari esempi delle giacche in tweed di Achille Occhetto, del foulard e le cravatte verdi degli esponenti della Lega Nord e delle cravatte viola di Niki Vendola. La cravatta in particolare è diventata negli anni proprio quell’elemento che la moda ha prestato alla politica per far sì che diventasse una sorta di divisa. Uno dei casi più eclatanti è quello dell’universo degli esponenti dei partiti a vocazione non maggioritaria. Gianfranco Fini, noto per fare il nodo delle cravatte sempre grande, come faceva lo storico leader del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante, dopo la fase dei colori neutri, quando sosteneva i governi di Berlusconi, ha passato “il periodo rosa”. Quando infatti nel 2011 fu protagonista dell’iconico “Che fai mi cacci?” riferito al Cavaliere durante una convention del Popolo della Libertà, Fini ha voluto sottolineare cromaticamente l’uscita dalla coalizione. Cominciò infatti a indossare cravatte rosa: dal salmone, al confetto a quello fiocco per una nascitura. Questa fase non durò tanto: quando capì che la sua voglia di leadership non si sarebbe concretizzata, tornò ai toni neutri dei partiti di centro. Più coerente invece è Pierferdinando Casini, il centrista più famoso d’Italia, che non ha mai esagerato con le cravatte: sempre neutre, mai fuori dagli schemi, in pieno stile UdC. Oltre alla cravatta, anche altri indumenti hanno incendiato il dibattito intorno alla politica. È il caso delle famose felpe di Matteo Salvini che celano un cambiamento nei paradigmi della politica. Se fino ai primi anni del 2000 lo scontro era tra “destra” e “sinistra”, ovvero tra imprenditori, liberali e lavoratori e progressisti a un certo punto la battaglia si è spostata su un altro campo: quello tra élite e popolo. E la felpa di Salvini voleva essere infatti un segnale di discontinuità rispetto a quella politica dei Palazzi fatta di abiti sartoriali e cravatte griffate. Il leader della Lega ha cercato infatti di mostrarsi come “uomo del popolo” indossando un indumento negli armadi di tutti gli italiani. La “fase felpa” è però finita ed è stata sostituita da un Salvini più istituzionale che si è adattato al blu del centrodestra. Queste diverse esperienze aiutano a collocare i politici semplicemente guardandoli. Il concetto è riassumibile in una frase: dimmi come ti vesti e ti dirò chi rappresenti.



Matteo Sportelli

Torna al blog